Ci sono momenti nella vita che si imprimono nella memoria con una tale intensità da superare il tempo, lo spazio, le abitudini e persino le parole.
Uno di questi l’ho vissuto di recente, in una giornata che porterò sempre nel cuore: l’incontro con i miei compagni di scuola elementare, a distanza di cinquantadue anni.
Eravamo ragazzini quando abbiamo varcato per la prima volta il portone della Scuola Collodi. Allora non sapevamo nulla del mondo, se non quel poco che si impara tenendosi per mano nei corridoi, sedendosi in classe uno accanto all’altro, scambiandosi una merenda o un segreto. Quella scuola, quegli anni, sono stati il nostro primo universo.
Ritrovarsi oggi, dopo più di mezzo secolo, proprio lì, davanti a quella stessa scuola, è stato qualcosa di più di una semplice rimpatriata.
È stato un ritorno alle origini, una carezza all’anima, un abbraccio al bambino che eravamo e che in fondo – sotto le rughe, i capelli più radi o più grigi, le esperienze vissute – siamo ancora.
C’è stato un momento di spaesamento, ovviamente.
“Ma sei davvero tu?”
“Non ti avrei mai riconosciuto!”
“Ti ricordi quella volta che…?”
E poi via, tutti a ridere. Come se il tempo non fosse passato. Come se quei cinquantadue anni si fossero compressi in un istante.
Abbiamo rifatto la foto di classe, proprio lì, sullo stesso marciapiede. Con pose simili, con occhi diversi, ma con la stessa voglia di esserci.
Poi ci siamo seduti a tavola, come si fa tra amici veri.
Ed è lì che ognuno ha tirato fuori il proprio racconto, la propria vita.
C’è chi ha parlato di lavoro, chi di figli, chi di viaggi, chi di momenti difficili e di sogni ancora da inseguire.
C’è stato spazio per le risate, certo, ma anche per una sottile malinconia: quella che arriva quando pensi a chi non ha potuto essere lì con noi.
Alcuni compagni ci hanno lasciato troppo presto. Eppure, in qualche modo, erano con noi. Nei racconti, nei ricordi, nei silenzi carichi di significato.
A rendere possibile tutto questo è stata una persona speciale: Luciano Luminari.
È grazie alla sua dedizione, alla sua memoria e al suo impegno se tutto questo è diventato realtà.
Senza di lui, probabilmente, ci saremmo detti “magari un giorno”, e invece quel giorno è arrivato. E ci ha regalato un’emozione autentica e irripetibile.
In un tempo in cui tutto corre veloce e le relazioni sembrano evaporare con un messaggio letto e mai risposto, fermarsi per ritrovarsi davvero è un gesto potente.
Significa ricordare da dove veniamo, riscoprire il valore dei legami, dare un volto e una voce a quel passato che ancora ci accompagna e ci definisce.
Ci siamo lasciati con la promessa di non aspettare altri cinquantadue anni.
Ma anche se il tempo dovesse scappare ancora una volta, quello che ci siamo detti, guardati, trasmessi… non lo cancellerà nessuno.
Oggi mi sento fortunato.
E profondamente grato.
Perché rivedere i compagni di scuola dopo così tanti anni è un dono raro.
E come tutti i doni veri, non si dimentica.
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